Salvare il mondo o preservare il capitale?
Se è vero che il potenziale industriale ed economico del mondo capitalistico è in aumento e non in declino, è altrettanto vero che maggiore è la sua aggressività, peggiori sono le condizioni di vita in cui si viene a trovare l’umanità di fronte ai cataclismi naturali e storici. A differenza della piena periodica dei fiumi, la piena dell’accumulazione del capitalismo non ha come prospettiva la “decrescenza” di una curva discendente delle letture all’idrometro, ma la catastrofe dell’inondazione.
A Marrakesh a novembre, nel G7 di Taormina a maggio e nel summit Ue-Cina a Bruxelles, per finire poi con il G7 di Bologna di giugno, in tutte queste occasioni il mondo ha assistito distrattamente alle kermesse dei potenti del pianeta sul cambiamento climatico. In quegli ambiti la questione in discussione è stata essenzialmente la possibilità di conciliare sviluppo capitalistico e salvaguardia dell’ambiente, che, nell’ipocrita formula dello “sviluppo sostenibile”, riassume l’intento di moderare la devastazione, pur continuando a ampliare il vortice degli affari. Si da il caso che oggi sia in gioco non la sorte di singole aree colpite da cataclismi o calamità, ma il riscaldamento globale, un fenomeno dalle dimensioni planetarie, che mette a rischio equilibri che la natura ha costruito in milioni di anni e che un paio di secoli di capitalismo ha compromesso con il consumo sfrenato di risorse e il rilascio nella terra, nell’acqua e nell’aria di quantità gigantesche di sostanze venefiche. Sappiamo bene che ad ogni epoca dello sviluppo industriale sono da abbinarsi catastrofi sempre crescenti: se, infatti, nell’ottocento avevamo l’insana città industriale annerita dal carbone, isolata nel verde della campagna, oggi è il mondo intero ad essere annebbiato dai fumi degli scarichi dell’industria e non c’è angolo remoto che sia preservato dagli effetti dell’avvelenamento.
Ma i “grandi” della Terra proclamano che tutto si risolverà grazie alla cooperazione volonterosa tra paesi affratellati da un comune obiettivo (Trump pare non concordi granché, ma conosciamo le sue debolezze “strutturali”). Viene da domandarsi se, in realtà, si tratta di salvare il mondo dalla catastrofe o, piuttosto, di preservare il capitale? Non è, infatti, nella natura dell’attuale società globale la programmazione di rimedi duraturi per i rischi creati dalla devastazione che essa stessa provoca all’ambiente. Le catastrofi, al contrario, sono il suo teatro ideale: le alluvioni, i dissesti idrogeologici, i terremoti, le guerre distruttrici, sono occasioni per ricostruire, per sfruttare senza sosta lavoro vivente. Ricordiamo, a tal proposito, le telefonate degli sciacalli che si rallegravano all’indomani del terremoto dell’Aquila per gli affari che il sisma avrebbe regalato agli “onesti” costruttori. La verità è che il capitale si nutre di emergenze. Che cosa c’è di meglio allora di una flagello globale per mobilitare capitali e forza lavoro da qui all’eternità?
Ci raccontano che gli accordi infine raggiunti (per quello che possono valere ed al di là di ogni critica che gli si possa muovere), dovrebbero se non altro rassicurare sulla determinazione comune a intervenire finalmente per il bene dell’umanità. I precedenti incontri annuali, a partire dal Summit della Terra a Rio de Janeiro (1992), avevano portato all’impegno dei paesi industrializzati a ridurre le emissioni di gas-serra del 5% all’anno (Protocollo di Kyoto, 1997); questo nonostante la rilevante diserzione degli Stati Uniti e la concessione ai paesi in via di sviluppo di aumentarle, per consentir loro di “svilupparsi”. Con l’ascesa esplosiva della Cina, e in generale dell’economia dell’Estremo Oriente, la situazione è mutata, al punto da far fallire la conferenza di Copenhagen (2009) per il nuovo rifiuto dei paesi industrializzati ad accettare nuovi tagli.
La verità è che a vent’anni di distanza dal Protocollo di Kyoto le emissioni dei paesi industrializzati sono sì calate del 23%, ma una parte significativa di questa diminuzione è stata esclusivamente conseguenza della caduta produttiva a seguito della grande recessione, mentre nel frattempo il calo è stato quasi annullato dall’aumento sostenuto delle emissioni cinesi e di altri paesi emergenti. Il bilancio fallimentare è evidente se consideriamo che il sistema produttivo mondiale ha continuato e continua a scaricare nell’atmosfera enormi quantità di CO2 che alimentano il riscaldamento globale, avvicinandolo oramai al punto di non ritorno. La produzione mondiale è cresciuta, e con essa il livello di inquinamento del pianeta. Oggi non sono più soltanto all’attenzione le previsioni pessimistiche di autorevoli studi scientifici; i cambiamenti climatici sono già un dato di esperienza diretta per la gente comune.
Finché si trattava, ad esempio, delle popolazioni miserabili del Sahel, colpite dalla desertificazione, o di quelle distribuite nelle sperdute isole-Stato, minacciate dall’innalzamento del livello degli oceani, la questione poteva essere relegata in cronaca o derubricata a fenomeno collegato all’aumento dei flussi migratori. Ma ora sono le latitudini intermedie, le aree vitali del capitalismo mondiale, a essere direttamente colpite dal riscaldamento globale. Tropicalizzazione, aumento dei fenomeni estremi, difficoltà a parametrare correttamente previsioni a lunga scadenza, riscaldamento dei nostri mari con mutazione della fauna. Il 2015, anno record di temperatura media, è stato superato dal 2016. Il nuovo anno segnerà probabilmente un altro record. In ogni caso il calore assorbito dagli oceani viene periodicamente restituito all’atmosfera, ed è questa una delle ragioni per cui, se anche si realizzassero subito drastiche riduzioni delle emissioni, la temperatura si alzerebbe ugualmente di almeno un grado, un grado e mezzo, da qui a qualche decennio. A proposito del disinteresse organico dell’attuale società, ad occidente come ad oriente, ricordiamo come proprio nei giorni del summit di Marrakesh, Pechino fosse avvolta in una densa cappa di smog che rendeva l’aria irrespirabile, con valori di inquinanti che superavano di 20 volte i limiti stabiliti dall’OMS: le autorità, allora, intervenirono chiudendo le aziende più pestilenziali, ma il fatto era, ed è che in un’area metropolitana grande come la Spagna basta che cambino le condizioni meteorologiche perché la città sprofondi in uno scenario apocalittico e le soluzioni anche più radicali siano rese inefficaci.
La scienza odierna, infatti, pur dotata di strumenti di analisi, rimane completamente impotente di fronte ai fenomeni che studia e, in pratica, si limita ancora soltanto a fare “appello alla saggezza degli uomini”. Così chiusa l’epoca del mero “negazionismo”, il servilismo degli scienziati si dispone ad avallare le soluzioni annunciate dal potere politico: un piano globale di riduzione delle emissioni, con presunti modelli di consumo più morigerati, ma soprattutto con il ruolo determinante del progresso tecnologico, che, per altro, fa riferimento a tecnologie al momento non immediatamente disponibili. Non è poi certo secondario che impiegare una parte consistente della massa di capitale finanziario attualmente inutilizzato, per investimenti in nuove infrastrutture di produzione energetica e per l’acquisto di tecnologie produttive e anti-inquinamento, avvantaggerebbe soprattutto i capitalismi sviluppati e la stessa Cina, che, tra le tante sovrapproduzioni, annovera anche quella dei pannelli solari. Insomma, un affare per le banche finanziatrici, una boccata d’ossigeno per i sistemi industriali globali in affanno!
Se poi tutto questo comporterà qualche beneficio al clima del pianeta sarà una conseguenza indotta, com’è proprio del modo di produzione capitalistico, il cui scopo non è certo la soddisfazione dei bisogni umani, ma la produzione stessa. E’ vero, l’innovazione tecnologica può permettere di risparmiare sulle risorse, di ridurre i consumi energetici, di razionalizzare produzione e distribuzione in tutti i passaggi, ma si dovrà comunque produrre “di più”, perché il mondo non cada in una nuova recessione, il peggiore dei mali che possa patire il regime capitalistico. Ma produrre “di più” vuol dire consumare risorse aggiuntive, anche se a ritmi di incremento decrescenti. Difficile allora credere alle false soluzioni di un’economia verde che cerca di mercificare ulteriormente vita e natura in vista di ulteriori profitti.
Dovremmo per principio rifiutare la finanziarizzazione del clima, che, in ogni caso, pone un prezzo all’ambiente e crea nuovi mercati, che, per loro natura, non faranno altro che aumentare le ineguaglianze e velocizzare la distruzione della terra. E’ questa una lezione che molti dovrebbero aver già imparato, ovvero che l’odierno modo di produzione non può risolvere in modo stabile e duraturo il problema della salvaguardia degli esseri viventi, come non è un grado di elaborare un piano di specie di lungo periodo, che prescinda dalle esigenze dell’accumulazione a breve termine. Una lettura semplice, che politica e cultura globali si prodigano a occultare e sminuire, nel timore che la presa di coscienza di milioni di donne e di uomini mettano in pericolo l’esistenza stessa del denaro e della sua capacità di dominare l’esistenza umana.
Sandro Buganini
I simply want to tell you that I’m newbie to weblog and seriously savored this web site. Almost certainly I’m planning to bookmark your website . You really come with fabulous stories. Kudos for revealing your website.
I do not learn about you but experiencing any form of ‘transformation’ will not be as simple because it seems – neither is any type of ‘death and re-birth’ it truly is all as well painful.
No Prep Racing Shop
Street Outlaws No Prep Kings
Official No Prep Racing
Thanks for the distinct tips provided on this site. I have realized that many insurance companies offer clients generous savings if they decide to insure many cars together. A significant quantity of households include several autos these days, especially those with older teenage young children still living at home, and the savings upon policies can soon increase. So it will pay to look for a good deal.
Hello, you used to write wonderful, but the last several posts have been kinda boring¡K I miss your super writings. Past few posts are just a little bit out of track! come on!
Valuable info. Lucky me I discovered your website by chance, and I am surprised why this coincidence didn’t happened in advance! I bookmarked it.
Very nice article and straight to the point. I am not sure if this is really the best place to ask but do you guys have any thoughts on where to get some professional writers? Thank you 🙂
Wow, superb blog layout! How long have you been blogging for? you make blogging look easy. The overall look of your web site is magnificent, as well as the content!
I am not sure where you’re getting your information, but good topic. I needs to spend some time learning more or understanding more. Thanks for magnificent info I was looking for this information for my mission.
you’re really a just right webmaster. The site loading velocity is amazing. It sort of feels that you are doing any distinctive trick. Also, The contents are masterpiece. you have done a great process on this subject!
Hello. impressive job. I did not expect this. This is a impressive story. Thanks!
Lovely site! I am loving it!! Will come back again. I am bookmarking your feeds also
We’re a group of volunteers and starting a new scheme in our community. Your website offered us with valuable information to work on. You have done an impressive job and our entire community will be grateful to you.
Thank you for the good writeup. It in fact was a amusement account it. Look advanced to far added agreeable from you! However, how can we communicate?
Keep functioning ,remarkable job!
Marianne Pippin
Le catastrofi, sono il suo teatro ideale: le alluvioni, i dissesti idrogeologici, i terremoti, le guerre distruttrici, sono occasioni per ricostruire, per sfruttare senza sosta lavoro vivente.
Gary Dennies
Le catastrofi, sono il suo teatro ideale: le alluvioni, i dissesti idrogeologici, i terremoti, le guerre distruttrici, sono occasioni per ricostruire, per sfruttare senza sosta lavoro vivente.
Charles Lathan
Le catastrofi, sono il suo teatro ideale: le alluvioni, i dissesti idrogeologici, i terremoti, le guerre distruttrici, sono occasioni per ricostruire, per sfruttare senza sosta lavoro vivente.
Tyisha Shawl
Le catastrofi, sono il suo teatro ideale: le alluvioni, i dissesti idrogeologici, i terremoti, le guerre distruttrici, sono occasioni per ricostruire, per sfruttare senza sosta lavoro vivente.
Antonio Wiggers
Le catastrofi, sono il suo teatro ideale: le alluvioni, i dissesti idrogeologici, i terremoti, le guerre distruttrici, sono occasioni per ricostruire, per sfruttare senza sosta lavoro vivente.
buy private proxies
Le catastrofi, sono il suo teatro ideale: le alluvioni, i dissesti idrogeologici, i terremoti, le guerre distruttrici, sono occasioni per ricostruire, per sfruttare senza sosta lavoro vivente.